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Cineasti italiani liberi in Kenya mentre la Farnesina dorme, anzi russa
Di Massimiliano Cocozza
Il cineasta sardo e il collega romano liberi grazie agli appelli di Flavio Briatore e della modella Naomi Campbell. Il 22 agosto 2007 è davvera finita, la storia da incubo del mago sardo degli effetti speciali e del suo collega bloccati da oltre un mese in Kenya si è conclusa. Alle 10 il tribunale di Malindi ha scagionato i cineasti dalle accuse per le armi false sul set di «African Game» accogliendo la richiesta di proscioglimento del Pg di Nairobi. «Non luogo a procedere» e caso chiuso.
Al cagliaritano Silvano Scasseddu e al romano Francesco Papa, 45 anni entrambi, sono stati restituiti i passaporti. «Siamo liberi anche grazie a Flavio Briatore, Naomi Campbell ed Emilio Fede che in queste settimane si sono battuti per noi attraverso le loro conoscenze in Kenya», hanno dichiarato i due prima di lasciare l’isola diretti verso la capitale della repubblica africana. «Ma vogliamo ringraziare in particolare il parlamentare gallurese Antonio Satta - hanno spiegato - È stato tra i pochi che ci hanno aiutato con convinzione». E proprio il vicesegretario nazionale vicario dell’Udeur si è dovuto adoperare perché, im mancanza di aerei per l’Italia, tutti già a pieno carico, fosse inviato dalla presidenza del Consiglio a Nairobi un velivolo per consentire l’immediato rimpatrio dei cineasti. Ma la procedura non è stata semplice: «Forse se si fosse trattato di nomi illustri del cinema, come già in passato, un jet sarebbe già stato disponibile sulla pista», ha rilevato Satta con amarezza, e se lo dice lui… Certo alla Farnesina qualcuno si era appisolato, anche se le dichiarazioni ufficiali del Ministero parlavano di “trattative super riservate”, forse in memoria di qualche super eroe dimenticato.Scasseddu e Papa hanno trascorso le ultime ore a Malindi nel Coral Key, nello stesso villaggio vacanze che nelle ultime settimane li ha ospitati - loro malgrado - dopo l’arresto in due distinte fasi e il successivo rilascio su cauzione. Il Coral Key è un complesso alberghiero frequentato da molti turisti, proprietà di Marco Vancini, uno dei co-produttori della pellicola al centro dell’intera vicenda giudiziaria. Vista l’imputazione iniziale (importazione d’armi: vere o false in origine poco importava perché la legge del Kenya le equipara), rischiavano dai 7 ai 15 anni di galera.La notizia della fine del calvario dei due italiani, cominciato ai primi di luglio e inaspritosi a metà dello scorso mese, è stata ufficializzata nella tarda mattinata del 22 di agosto dalla Farnesina. Fonti del ministero degli Esteri hanno sottolineato come la svolta sia stata favorita dalla «costante e incisiva azione della stessa Farnesina e dell’ambasciata, attivate sin dai momenti immediatamente successivi al fermo dei due connazionali». In particolare, è detto in una nota, «sono stati fatti reiterati passi volti, nel pieno rispetto dell’indipendenza della magistratura locale e condotti nel più completo riserbo, a ottenere la dichiarazione di non luogo a procedere». Ma cosa hanno fatto? A confermare invece l’interessamento di Fede, Briatore e Campbell - rivelato dal sito del settimanale Tv Sorrisi e Canzoni (www.sorrisi.com) - sono stati gli stessi Scasseddu e Papa. Quest’ultimo, produttore esecutivo del film che vede come protagonista Luca Ward, è amico personale del proprietario del Billionaire. Il general manager della Renault ha vasti interessi economici in Kenya, dove fra l’altro possiede una lussuosa villa. La fotomodella sino a qualche anno fa compagna di Briatore (ora legato a Elisabetta Gregoraci), per sollecitare il rilascio dei cineasti italiani ha invece scritto perfino un accorato appello. «Fateli tornare subito a Roma», ha supplicato sulle pagine del Sunday Nation, il più letto domenicale della repubblica africana. «Tutti fattori decisivi per la nostra liberazione», hanno commentato Scasseddu e Papa, soddisfatti di poter dimenticare le vessazioni e i soprusi subìti in prigione. «Oltre Satta, sentiamo il bisogno di ringraziare l’ambasciata, gli esponenti del governo italiano e l’onorevole Nino Strano, che si sono occupati a lungo della nostra questione», hanno aggiunto.A dedicarsi agli aspetti legali del caso, è stato l’avvocato di fiducia degli imputati, Tukero Ole Kina. Al penalista capita spesso di assistere europei ritenuti responsabili di reati nel suo Paese. Fra loro, tanti italiani: laggiù la nostra comunità è la più numerosa fra le straniere dopo quella sudafricana. «Ma per Scasseddu e Papa è stata una persecuzione - ha dichiarato ai giornalisti l’avvocato - Ho richiamato l’attenzione dei giudici sul valore del film per il mio Paese. La pellicola ha prodotto un business di 600mila euro, tra guadagni, autorizzazioni, diritti. Oltre 200 kenyoti hanno trovato lavoro sul set. In definitiva, una ricaduta economica non trascurabile. E sebbene in Kenya si viva nel timore di attentati terroristici e dunque ci sia scarsa tolleranza per le armi, stavolta non c’era davvero nulla di sospetto: tutto è nato da un equivoco per l’assenza di un semplice permesso quando Scasseddu e Papa non erano ancora arrivati da Roma né a Nairobi né a Malindi».
Adesso il responsabile degli effetti speciali, con alle spalle tante pellicole di sucesso internazionale, così come il produttore esecutivo, si sono comunque detti più sereni. «Non possiamo negare, dopo i giorni del carcere e le prime udienze, di aver avuto paura - hanno sostenuto - Per quanto estranei a ogni accusa, come facevamo a essere sicuri che l’evidenza dei fatti sarebbe emersa in tutta la sua chiarezza?». Le riprese del film sono state nel frattempo completate a Cinecittà. «Certo, senza di noi, ma il cinema è così: nessuno è indispensabile», hanno commentato lo specialista cagliaritano e il produttore esecutivo.
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