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A che serve oggi un consolato?
Di Max Bono
A che serve un consolato? A che serve una rappresentanza di uno stato in terra straniera? Qual’e’ l’utilita’ di una presenza fisica territoriale di uno stato all’estero?
In tempi di internet ad alta velocita’ la maggior parte delle informazioni viaggiano in rete e l’utilita’ della presenza física in um altro luogo e’ ridotta.
Questo e’ valido, tuttavia, in presenza di tre condizioni:
1) perfetta informatizzazione dei servizi pubblici,
2) inserimento delle informazioni in tempo reale da parte degli uffici competenti;
3) treinamento del pubblico utente.
Chiunque conosce la pubblica amministrazione italiana, specie quella all’estero diretta dalla Farnesina, sa benissimo che siamo anni luce dalla presenza di queste pre-condizioni. Basti pensare che in un consolato periférico come quello di Salvador de Bahia si richiede la presenza física per prelevare i moduli per i certificati, dopo uma estenuante attesa in um sole africano (invece che poterli comodamente scaricare da internet). Il tempo médio di attesa di um certificato (che on- line sarebbe immediatamente disponibile) e’ 15 giorni. La triste situazione di Salvador de Bahia si riproduce in moltissime altri consolati, specialmente quelli periferici. Pertanto c’e’ la seria necessita’ di potenziare questi consolati, non di ridurli. Perche’ cio’ avviene dunque? Per uma serie di ragioni: politiche ed economiche. Politicamente la situazione odierna e’ paradossale: per la prima volta i cittadini italiani all’estero hanno avuto la possibilita’ di mandare eletti nella própria circoscrizione al Parlamento italiano. Pertanto il loro potere político dovrebbe essere il massimo nella storia delle comunita’ italiane all’estero. Tuttavia e’ il contrario: la crônica incapacita’ dei rappresentanti italiani eletti nelle circoscrizioni estere di far valere il loro potere negoziale sta generando uma spirale in cui lê comunita’ italiane sono costantemente emarginate e umiliate come mai nella storia della Repubblica.
Il personale del Ministero degli Esteri (Mae) e’ demoralizzato e diffidente, ma sopratutto lê comunita’ italiane si sentono sempre piu’ abbandonate dalla madrepatria. In realta’ la ragione vera della severa riduzione della presenza italiana all’estero (l’Illustrissimo ci permetta ma preferiamo questa parola a restyling) e’ econômica. La presenza di consolati , in um mondo sempre piu’ legato al business, e’ promuovere i própri affari all’ estero. Gli Usa e la Gran Bretagna sono maestri in questo. Non cosi’ l’Italia. L’atteggiamento um po’ da corte rinascimentale della diplomazia italiana ricorda uma nobilta’ decaduta da “Miséria e Nobilta’” di Eduardo de Filippo. Non c’e’ un approccio di stimolo degli investimenti italiani all’estero, tranne in casi di carovane di investitori che vengono al seguito del Presidente del Consiglio.
Si tratta di iniziative one-off, molto spesso per motivi di immagine, che non producono molti effetti pratici.
Ma l’aspetto peggiore di cio’ e’ che questi interventi sono completamente slegati dalla valorizzazione della comunita’ italiana nel paese dove si va. In altre parole la comunita’ italiana all’estera, stando sul posto, há um know-how enorme che viene completamente negletto. Ed e’ forse questo che svilisce piu’ che ogni altro lê comunita’ italiane all’estero. Invece che esssere considerate come “punto d’appoggio” in loco, sono considerate al pari di postulanti da scacciare com fastidio. Il problema fondamentale della política estera italiana e’ che non c’e’ uma política estera italiana. Siamo ancora troppo legati a vecchie logiche ed andiamo al carro di superpotenze ed ex-tali. Siamo oggetti piuttosto che soggetti politici. E questo anche all’interno della Unione Europea, dove siamo trattati da scolaretti che devono sempre fare i compiti a casa. L’uscita da cio’ sarebbe valorizzare lê comunita’ italiane all’estero con consolati forti che stimolano la crescita econômica di imprese italiane in loco e della madrepatria, cosi’ facendo stimolando anche l’economia del paese ospite. Il know-how delle comunita’ italiane genererebbe uno scambio di informazioni e flussi economici con l’Europa, piuttosto che una eterna pretesa di aiuti economici che non vengono mai. Tutto questo sempre che l’Illustrissimo non passi dal restyling al thinnning style (supermagro) della nostra rete consolare all’estero.
E per finire uma nota lieve. Leggiamo questo: “Gravi errori sono stati compiuti dal Governo dell'Ulivo, soprattutto nel rapporto con le forze politiche che lo sostengono: scarso coordinamento, scarsa informazione, inutili protagonismi individuali. Ma questo serva come monito per il futuro!” : dice l’Illustrissimo nella seduta n. 177 del 9/4/1997 Governo Prodi I. Considerando che dopo 10 anni l’Illustrissimo appartiene ad un governo símile com lo stesso Presidente del Consiglio, bisogna ammetterlo: l’ Illustrissimo e’ veramente uno specialista di restyling, anzi reciclying político.
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