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Tira l'export italiano in Russia
Più 24% nei primi 10 mesi 2006, ma i concorrenti europei e asiatici crescono il doppio La riunione intergovernativa del Consiglio di cooperazione italo-russo ha confermato ai primi di dicembre a Mosca che la Russia sta diventando un mercato sempre più importante per l’Italia. Non a caso, nei primi dieci mesi del 2006 le nostre esportazioni sono cresciute del 23,9% (dati Istat), ovvero a ritmi più che doppi dello sviluppo medio delle nostre forniture verso i paesi extra-Ue (11,7%) arrivando a 6.029 milioni di euro.
Nello stesso tempo, le importazioni dalla Russia sono aumentate del 17,5%, fino a 11.284 milioni di euro. Ciò significa che l’interscambio con la Russia potrebbe arrivare ad almeno 20,5 miliardi di euro a fine 2006. Anche i dati russi per i primi 9 mesi 2006 confermano che l’Italia è il terzo partner commerciale in assoluto, dopo Germania e Olanda. E l’incidenza percentuale dell’Italia sul commercio estero russo è aumentata dal 6,8 al 7,2% nel gennaio-settembre di quest’anno. Da notare che l’Olanda, con 26,4 miliardi di dollari, è il primo paese importatore dalla Russia, attraverso il porto di Rotterdam, essenzialmente di gas e petrolio che, poi, riesporta verso altri mercati mondiali. Inoltre, è interessante che nei primi 9 mesi del 2006 l’Italia, secondo importatore con 18,9 miliardi di dollari, soprattutto di energia e materie prime russe - consumate tutte nel Paese - ha superato anche la Germania, scivolata al terzo posto con 18,1 miliardi di dollari. Il quadro più significativo, che vale a mitigare l’attuale euforia per i rinnovati successi del “Made in Italy” in Russia, è però quello delle esportazioni comparate su questo mercato. Qui l’Italia, pur con una crescita del 24% (che coincide con i dati Istat), a fine settembre 2006 era soltanto l’ottavo Paese fornitore in assoluto sul mercato russo, con 3,77 miliardi di dollari. Quindi, era il secondo tra i Paesi Ue, subito dopo la solita Germania (12,6 miliardi di dollari e una crescita del 37,5%). Se togliamo Ucraina e Bielorussia, rispettivamente al terzo e sesto posto (sono però Paesi dell’area Csi con particolari agevolazioni commerciali e doganali con Mosca), allora vediamo come oggi i principali e più dinamici esportatori in Russia siano Cina (8,1 miliardi di dollari), Giappone (5,4 miliardi) e Corea (4,9 miliardi), con tassi di crescita annua tra il 30 e il 92%, seguiti da Stati Uniti (4,2 miliardi di dollari). Inoltre, ad un’incollatura dall’Italia, incalza l’export francese - grazie anche alle grandi catene di distribuzione in Russia tipo Auchan - con 3,75 miliardi di dollari e una crescita del 47,6 percento. In breve, quasi tutti i principali concorrenti dell’Italia sul mercato russo stanno aumentando le loro forniture a ritmi annui che sono spesso il doppio dei nostri. Pertanto, se tale tendenza continuasse , il “made in Italy” rischierebbe di perdere seriamente terreno. E non si tratta tanto del settore dei beni di consumo - dai mobili alla moda e alle calzature - dove l’Italia, con una forte carica innovativa, si è comunque ripresa negli ultimi due anni, in particolare nella fascia medio-alta di prodotto. Il problema, infatti, emerge soprattutto nelle macchine e impianti, dove le importazioni generali russe sono cresciute del 38% nei primi sei mesi del 2006, ma le esportazioni italiane si sono fermate al 5%, di fronte a tedeschi, scandinavi ed ora anche ai cinesi. Questi ultimi, per esempio, nel settore delle macchine per la lavorazione del legno sono ormai quarti, dopo Germania, Italia e Finlandia. A questo punto, l’esigenza di accrescere i fattori di competitività e capacità di penetrazione delle nostre imprese ritorna in primo piano, insieme alla questione del passaggio dalla pura dimensione commerciale a quella degli investimenti. Ma l’Italia, a tutt’oggi, malgrado taluni progressi, continua a non rientrare nella rosa dei primi dieci paesi investitori in impianti produttivi o reti di distribuzione in Russia.
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