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BRASILE: criminalita' minorile PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Giappichini   
sabato 14 aprile 2007

di Francesco Giappichini

Come in Italia, anche in Brasile é tornato d'attualitá il tema della riduzione dell'etá imputabile, ovvero quella in cui la legge presume che la persona sia capace d'intendere e di volere e quindi di rendersi conto delle conseguenze delle proprie azioni. E se ne torna a parlare ogni volta che un delitto particolarmente cruento compiuto da un minore riesce - sospinto dal clamore dei media - a offuscare il clima di generale assuefazione alla violenza.  Minore in carcereIn Italia a rinfocolare un dibattito mai sopito é il crescente allarme sociale per i comportamenti noti come bullismo e baby-gang, sempre piú spesso filmati dai videofonini di ultima generazione e diffusi su Internet dal noto sito You Tube. In Brasile i palpeggiamenti alle insegnanti delle scuole di provincia e il mostrarsi in mutande di fronte al professore di religione non fanno notizia, e a scuotere il Paese é stata piuttosto l'uccisione barbara di un bambino di sei anni, João Hélio Fernandes Vieites. A commettere il crimine sono stati cinque ragazzi sbandati, tra cui peró soltanto uno minorenne. Ció é stato tuttavia sufficiente a dare rinnovato vigore a una delle piú tradizionali crociate delle forze conservatrici brasiliane, spesso sconfitte alle elezioni, ma senz'altro capaci di fiutare gli umori popolari. E la loro "vittoria" al recente referendum sulla proibizione del commercio di armi ne é chiara dimostrazione.  Tutto é accaduto lo scorso 7 febbraio a Rio de Janeiro: la casalinga Rosa Vieites torna verso casa con l'auto, in compagnia di una amica e dei due figli, la tredicenne Aline e, appunto, João Hélio. Fermi a un semaforo sono abbordati dai malviventi che, armi in pugno, obbligano tutti a scendere. E qui comincia il dramma: il piccolo ritarda, anche perché è legato alle cinture di sicurezza del sedile posteriore. La madre cerca di aiutarlo, ma non fa in tempo: i banditi sono giá saliti e partono di corsa. Il bambino rimane cosí intrappolato, con la cintura all'addome, fuori dal veicolo, ed è trascinato sull'asfalto. Rosa rincorre disperatamente l'auto in corsa gridando, ma tutto é inutile: rivedrá il corpo martoriato del figlio soltanto dopo una tragica corsa di sette chilometri. Frattanto il veicolo, tra lo stupore e l'orrore di molti, procede zigzagando per liberarsene; ma anche in questo caso é tutto inutile. Cosí i cinque dopo il folle viaggio lo abbandonano, ma prima, poco curandosi del corpo, vi arraffano quanto era possibile arraffare. Dopo pochi giorni sono tutti arrestati.  Al dibattito sulla punizione da infliggere agli adolescenti - uno dei pochi in grado di coinvolgere sia le istituzioni che l'opinione pubblica - non poteva non prendere parte il presidente Lula, che si é detto radicalmente contrario ad ogni proposta di riduzione dell'etá della punibilitá. «Immagino che se accettassimo una diminuzione dell'etá imputabile a 16 anni, domani la chiederebebro a 15, poi a 10, poi a 9», ha esordito il capo di stato, che ha poi chiosato: «Magari un giorno pretenderebbero anche di incolpare un feto, se conoscessero quanto potrebbe accadere in futuro». Il presidente ha quindi definito l'uccisione di João Hélio «una barbarie», ma rifuggendo da qualsiasi concessione alla demagogia. E, dato il clima, mostrando non poco coraggio, ha aggiunto: «Molti avrebbero fatto la stessa barbarie nei confronti dei criminali, se avessero assistito a quella scena. Sono in molti a volere una vendetta in tempi rapidi, ma io dico che lo Stato non puó agire emotivamente». Ha infine messo in relazione quel crimine con la stagnazione dell'economia, i bassi ritmi di crescita da ventisei anni a questa parte e il fatto che non siano stati creati quei posti di lavoro di cui la popolazione aveva bisogno: «Questi criminali sono il risultato di un periodo molto lungo in cui lo stato brasiliano non ha adempiuto alle proprie funzioni. Non siamo riusciti ad alfabetizzare al momento giusto, non siamo riusciti a fare la riforma agraria al momento giusto».  Le parole del presidente, che di certo peseranno molto nel futuro dibattito parlamentare dedicato al tema, non sono state affatto apprezzate  da Hélcio Lopes Vieites e Rosa Cristina Fernandes, i genitori del bambino brutalmente ucciso. «Il presidente dice che non si puó procedere a mutamenti legislativi sull'onda dell'emozione nazionale; e allora che pensa di fare? Niente? E se fosse stato suo figlio che cosa farebbe? Quale sarebbe la soluzione?», si è chiesta la madre che ha aggiunto: «Sarebbe necessario un forte investimento nel settore dell'ordine pubblico, come la costruzione di carceri di massima sicurezza ove rinchiudere tutti questi criminali, in isolamento. Se fossero puniti veramente ci penserebbero due volte prima di commettere un reato. Perché quanto si fa adesso», ha concluso Fernandes, «é tutto a favore della criminalità». Il padre Hélcio difende invece un'idea che si va facendo sempre piú strada nell'opinione publica: se un adolescente é considerato responsabile quanto basta per eleggere il presidente, deve rispondere anche per i propri reati. Poi ha aggiunto: «Mi hanno rattristato le dichiarazioni del nostro presidente della Repubblica. L'intera cittá si é mobilitata e pare che lui non riesca a comprendere quanto sta accadendo. La frase di Lula» ha concluso il padre di João Hélio «é una ulteriore dimostrazione della grande distanza che c'é tra i politici e la societá; é stata molto infelice».  In Italia il minore é penalmente responsabile giá a 14 anni, ma é sottoposto - come noto - al codice penale minorile; e per questo molti parlano di semi-imputabilitá. In Brasile l'etá imputabile é fissata a 18 anni dalla costituzione federale, dal codice penale e dallo Statuto del bambino e dell'adolescente del 1990, considerato universalmente uno dei codici piú avanzati ed elaborati del mondo. Questo testo tuttavia stabilisce che il minore ultradodicenne che infrange la legge é sottoposto a misure di sicurezza, che vanno dalla semplice «avvertenza» sino all'«internamento» in appositi «centri per adolescenti». Nella pratica peró le varie misure di «risocializzazione» sono quasi rimaste lettera morta, e l'internamento presso i riformatori - che non puó oltrepassare i tre anni - finisce di fatto per essere l'unico provvedimento adottato e adottabile nei confronti del minore infrattore. Tralasciando ogni approfondimento sulle degradate condizioni morali e materiali in cui versano questi centri per adolescenti, essi non paiono affatto in grado di svolgere la loro funzione rieducativa, visto che il tasso di reiterazione sfiora addirittura l'ottanta per cento.  La famiglia al funerale di João Hélio Fernandes Vieites, il bambino di sei anni ucciso durante una rapina«In Brasile la maggiore etá é giá stata ridotta e comincia a 12 anni d'etá», provoca José Heitor dos Santos, procuratore dello Stato di San Paolo e docente di Procedura civile presso la Unip (Universidade paulista). Secondo dos Santos la discussione su questo tema é quindi sterile: un adolescente di 12 anni d'etá - che psicologicamente é ancora un bambino - se commette un'infrazione (in pratica un reato), puó essere internato (di fatto arrestato), processato, sanzionato (ossia condannato); e, nel caso, costretto a una misura (che non é altro che una pena) in stabilimenti educativi, che sono vere e proprie carceri. A questo punto» aggiunge con sarcasmo il docente «molti si staranno chiedendo: ma l'etá imputabile non comincia a 18 anni?». L'aspetto centrale, a suo parere, sta invece nell'inefficacia delle misure applicate al minore, che andrebbero riviste.  Secondo dos Santos le proposte di riduzione andrebbero quindi respinte perché «trattandosi di vendetta, rappresentano - esse sí - un "grave reato" perpetrato contro milioni di minori che vivono in situazioni di rischio, e non per colpa loro ma di altri». E parafrasando un'altra dichiarazione del presidente Lula («Quindi mi chiedo se sarebbe giusto punire solo chi ha compiuto questa barbarie, dimenticando di punire chi é colpevole d'aver fatto arrivare questi giovani a tal punto»), il professore mette in risalto un interrogativo che, specie nelle ultime settimane, sono stati in molti a porsi: chissá perché, tra i mille problemi che vanno risolti sotto il profilo della sicurezza, si é fatta strada l'idea che la panacea d'ogni male, la «soluzione miracolosa», debba essere l'abbassamento dell'etá imputabile. Tema che non soltanto ha saputo conquistare le prime pagine dei giornali, ma ha anche diviso il paese sulla base di due correnti di pensiero all'apparenza inconciliabili: quella più rigida e quella perdonista. La maggioranza dei media ha proposto sondaggi con la fatidica domanda, e a stupire non sono stati tanto gli scontati esiti a favore della linea dura quanto  il fatto che li abbiano proposti anche radio e giornali di puro intrattenimento, solitamente ostili a qualsiasi forma di approfondimento sociale. Tale interrogativo appare ancora piú enigmatico nel constatare, come ha fatto José Heitor dos Santos, che la non imputabilitá del minorenne brasiliano esiste solo su un piano strettamente ed astrattamente giuridico, e che lo stesso puó subire un iter penale del tutto analogo a quello previsto per l'adulto pienamente responsabile.  Quanto accade in Brasile non stupisce, visto che anche in Italia non mancano istanze analoghe provenienti da vari settori della societá. Ad esempio il procuratore generale di Napoli Vincenzo Galvano ha affermato: «L'etá della punibilitá va abbassata, ma é il parlamento che deve decidere la strada». Durante la scorsa legislatura una proposta di legge in questa direzione fu presentata da Alfredo Biondi di Forza Italia, e qualche mese fa l'esempio é stato seguito da Giuseppe Consolo di Alleanza Nazionale, che propugna l'abbassamento dell'etá imputabile a 12 anni e la piena punibilitá a partire dai 16. «Da tutti i punti di vista, psicologico, comportamentale e sociale» ha spiegato il deputato «oggi i dodicenni hanno una consapevolezza maggiore dei loro coetanei di qualche decennio fa». Nel Congresso brasiliano i parlamentari che sostengono la linea dura si trovano sia nello schieramento di maggioranza che nell'opposizione moderata. E un analogo fronte trasversale pare ora attraversare il parlamento italiano.  Il crescente allarme sociale per la criminalitá minorile ha fatto insomma cadere un nuovo tabú nella sinistra italiana, e le recenti dichiarazioni del diessino Cesare Salvi e del dipietrista Pino Pisicchio sono simili a quelle del brasiliano Magno Malta, senatore del Pr (Partido da república), formazione della maggioranza lulista: «Se le cose restano cosí, i minori possono agire senza limiti. Invece si guarderanno bene dentro quando qualcuno dirá loro che, nel caso commettano un reato, perderanno la loro condizione di minori. Penseranno a tutto questo» ha sentenziato il parlamentare «prima di puntare una pistola alla testa di qualcuno e di sparare dieci colpi».  Anche nel Congresso di Brasília sono vari i disegni di legge in discussione che prevedono l'abbassamento dell'etá imputabile; due soli peró hanno concrete chance di essere approvati. Uno, che abbassa la punibilitá a 16 anni, porta la firma del senatore del Pfl (Partido da frente liberal) Demóstenes Torres, il quale fa notare come il Brasile, insieme alla Colombia ed al Perú, sia uno dei pochissimi paesi ove il soggetto risponde delle proprie azioni solo a partire dai 18 anni. Un'altra proposta su cui potrebbe formarsi un consenso bipartisan é stata presentata dal senatore Tasso Jereissati, presidente del Psdb (Partido da social democracia brasileira). Vi si prevede il mantenimento dell'etá imputabile a 18 anni, specificando peró che «la legge potrá, eccezionalmente, non considerare il limite dell'imputabilitá penale». Si tratta, in sostanza, secondo le parole di Jereissati, di affidare alla legge il compito di definire «in quali casi e circostanze questo limite non debba essere tenuto in consierazione. Il Congresso nazionale» ha continuato il senatore «avrá cosí l'opportunitá di dibattere il tema, definendo a chi spetterá proporre questa "non considerazione", chi la concederá, a quali reati sará applicata». Questa idea della flessibilitá pare avere sedotto anche l'ex candidato alla presidenza Cristovam Buarque del Pdt (Partido democrático trabalhista), da sempre contrario ad una riduzione tout court del limite di punibilitá. Manifestazione per la pace«Io stesso ho maturato l'idea che, pur non dovendosi abbassare l'etá imputabile, alcuni ragazzi e ragazze, alcuni minori, debbano ricevere un trattamento diverso da altri» ha spiegato Buarque, che ha poi aggiunto: «E per questo dobbiamo dare certe responsabilitá ai giudici, riporvi la nostra fiducia. Si dovrá creare un tribunale che possa dire: questo ragazzo tal dei tali, dovrá rimanere internato piú tempo rispetto agli altri perché é diverso». Per l'ex governatore del Distretto federale le eccezioni alla regola dell'inimputabilitá andrebbo quindi rimesse, piú che alla legge scritta, alla discrezionalitá del giudice. Tra i piú accaniti sostenitori della proposta di Jereissati vi é il potente senatore socialdemocratico Arthur Virgílio, secondo cui la riduzione non é sufficiente «per risolvere il problema della criminalitá minorile, e tuttavia bisogna determinare, attraverso una regolamentazione legale, quali sono i casi in cui un minorenne deve essere trattato come un maggorenne».  E che il vento stia cambiando anche in casa Pt (Partido dos trabalhadores) lo dimostrano le dichiarazioni del senatore gaúcho Paulo Paim, contrario sí all'abbassamento, ma favorevole ad aumentare sino a cinque anni il limite massimo di permanenza presso le "istituzioni socio-educative": «É un aspetto che viene discusso da qualche tempo. La proposta non é stata fatta per caso, e io sono in sintonia con questa idea. La soluzione non é solo la riduzione dell'etá imputabile». Lo stesso presidente del Senato Renan Calheiros, del Pmdb (Partido do movimento democrático brasileiro), ha fatto capire che qualcosa bisogna fare comunque; ha sí detto che la diminuzione non sarebbe sufficiente a contenere la violenza, ha sí ribadito la necessitá di modificare la legge penale e indurire le pene per i reati piú gravi, ma poi ha aggiunto: «Per risolvere il problema della violenza modificheremo anche l'Estatuto da criança e do adolescente».  Il futuro confronto politico si annuncia comunque serrato, essendo ancora numerosi i parlamentari che difendono la linea segnata dalle recenti dichiarazioni di Lula. Ad esempio per la senatrice Patricia Saboya la riduzione dell'etá penale é solo un tentativo sbagliato di reagire all'attuale crisi e «non risolverá il problema della violenza nel nostro Paese, perché questa non si riassume nell'azione di minorenni che stanno uccidendo. Chi conosce il Brasile reale» ha aggiunto la senatrice del Psb (Partido socialista brasileiro) «sa molto bene che questi ragazzi sono la conseguenza di una societá malata, che sta agonizzando, e che bisogna occuparci di loro sin dalla nascita». Tesi, quest'utima, fatta propria anche dal deputato del Pmdb Nelson Trad, docente e noto avvocato penalista: «Sono contrario alla riduzione. E inoltre credo che l'emotivitá dei brasiliani non stia questa volta dalla parte giusta, col suo tentativo di modificare questa situazione, adesso prevista dalla Carta costituzionale. Non abbiamo bisogno di nuove leggi» ha chiosato il professore «ma di un'azione volta al rispetto dell'essere umano».  E a respingere proposte di legge frutto dell'onda emotiva é stato anche il deputato petista Iran Barbosa, che ha espressamente chiesto ai colleghi di non lasciarsi trascinare dal clima di commozione dovuto all'uccisione di João Hélio. «Indurire le pene ed abbassare l'etá imputabile»- ha esordito Barbosa «sono misure innocue nella lotta contro il crimine. Possono anche adempiere al compito di rispondere all'immediata pressione dell'opinione pubblica, ma sono inefficaci ai fini della soluzione del problema. La delinquenza giovanile» ha osservato senza concessioni al populismo «puó combattersi soltanto aumentando le opportunitá, e non certo abbassando l'etá penale». Infine ha concluso puntando il dito contro il sistema carcerario: «Gli istituti di pena sono sovrappieni, e, proprio per questo, i reclusi vivono in condizioni degradanti. Invece di risocializzare i detenuti, le carceri li corrompono. Sono vere universitá del crimine».  A un dibattito che ha scosso e scuote la societá civile non poteva rimanere estranea la Chiesa cattolica nazionale, i cui vertici si sono detti nettamente contrari a ogni soluzione che comporti l'abbassamento dell'etá imputabile. «Non é con una riforma della responsabilitá penale» ha affermato il presidente della Conferenza episcopale Geraldo Majella «che si puó pensare di combattere o contenere la violenza». Il prelato fa poi accenno alla sostanziale disapplicazione dello Statuto del bambino e dell'adolescente, a suo parere completamente «ferito» nella sua essenza. Che peró gli umori stiano cambiando anche presso la comunitá cattolica lo dimostrano le dichiarazioni di Zilda Arns, coordinatrice nazionale della Pastorale dell'infanzia. La quale pur contraria a ridurre l'etá penale, si dice peró favorevole all'innalzamento del limite massimo di permanenza negli istituti minorili: «Se si valutasse che non vi sono le condizioni per la scarcerazione dopo tre anni, effettivamente non si dovrebbe procedere alla liberazione. Sarebbe necessaria» ha osservato Arns «la valutazione di uno psichiatra specializzato in criminologia». Favorevole al mantenimento dell'attuale etá della punibilitá é anche l'Ordine degli avvocati, che tra l'altro sottolinea come un'eventuale modifica debba passare per una riforma costituzionale.  Frattanto le due Camere di Brasília sono al lavoro, e hanno approvato due progetti molto simili che creano delle aggravanti per chi delinque in concorso con un minore. La Commissione Diritti umani del Senato ha inoltre dato il via libera a una proposta che punisce chi coinvolge il minorenne in attivitá criminali, e ció ci richiama alla mente le vicende di casa nostra e l'idea del ministro dell'Interno Giuliano Amato di introdurre un nuovo reato, ossia «la responsabilitá dei maggiorenni nei reati commessi dai minori». In questo dibattito molto piú mediatico che giuridico si sono peró trascurate le parole di Jomar Alves Moreno, consigliere dell'Odine degli avvocati: «Non bisogna discutere della pena maggiore o minore sulla base dei titoli dei giornali. Bisognerebbe discutere sulla base delle statistiche, secondo cui i crimini violenti commessi dai minori non arrivano allo 0,2 per cento del totale». E si é trascurato anche un altro particolare degno di nota: dei cinque coinvolti nell'assassinio di João Hélio soltanto uno era minorenne.

Fonte: Musibrasil

 
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