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BRASILE: diritti di proprietà intellettuale e della terra PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Giappichini   
giovedì 19 aprile 2007

Nell’analisi del sistema economico brasiliano, caratterizzato in modo preponderante dalle profonde disuguaglianze economiche e sociali, si distingue in maniera spiccata una grave discrepanza tra le condizioni di estrema povertà diffuse in un’ampia parte della popolazione e la straordinaria ricchezza di risorse naturali di cui il Brasile è provvisto. Osservando le graduatorie registrate dal paese nei vari indici economici a livello globale, emerge in particolar modo il primato brasiliano nella la ricchezza biologica, o “biodiversità”, e l’alta posizione in classifica raggiunta nel grado di concentrazione della proprietà fondiaria, di iniquità nella distribuzione della terra, secondo solo al limitrofo Paraguay (stando ai dati della Banca Mondiale del 2005), i cui maggiori latifondisti sono Brasiliani. In entrambi i casi, l’utilizzo inefficiente delle risorse è dovuto principalmente ad un difetto nella disciplina dei diritti di proprietà.

10Per quanto riguarda la tutela delle biodiversità, è la carenza di regolamentazione per la tutela della proprietà intellettuale che non consente alle popolazioni locali di trarre benefici concreti e a breve termine dalle proprie ricchezze ambientali. Al contrario, spesso le comunità indigene sono vittime della cosiddetta “biopirateria”, nei casi in cui le compagnie estere si approprino del brevetto di una risorsa naturale, garantendosene l’uso esclusivo (o talvolta solo del nome, nel caso in cui si brevetti un marchio). La tendenza prevalente nelle aree ricche di risorse naturali è dunque quella di trarre il massimo profitto dallo sfruttamento delle materie prime che l’ambiente offre (in particolare, considerando la foresta amazzonica, il legname) senza preoccuparsi di preservare il patrimonio biologico locale, con gli incalcolabili rischi ecologici che tutto ciò comporta. Per quanto concerne la proprietà fondiaria, l’ambiguità nella regolamentazione dei diritti di proprietà risale alla stesura della Costituzione del 1988, quando, in un disteso clima di dialogo e conciliazione tra le varie fazioni politiche, fu introdotto il principio di “funzione sociale” della terra e il diritto di espropriazione della proprietà da parte dello Stato in nome del “benessere sociale”. Tali principi non si sono mai concretizzati in provvedimenti legislativi specifici, lasciando le decisioni sulla liceità o meno di espropriare una proprietà alla discrezionalità dei giudici locali, chiamati a regolare le controversie che sorgono tra i contadini senza terra e i latifondisti. Tali contrasti tra i proprietari di terreni giudicati “improduttivi” e gli agricoltori organizzati nel “Movimento Sem Terra” si rivelano particolarmente aspri e violenti, tanto da aver causato, secondo fonti dell’INCRA (Instituto Nacional de Colonização e Reforma Agrária, che si occupa di analizzare e di fornire dati statistici sulla distribuzione della terra in Brasile) oltre 300 morti in dieci anni. Il presente studio parte dall’analisi dei diritti di proprietà in Brasile, trattando il tema sia dal punto di vista dell’impatto sociale che ha sulle condizioni della popolazione agraria, sia sotto l’aspetto macroeconomico, osservando le ripercussioni che l’ambiguità della legislazione sui diritti di proprietà provoca sugli investimenti diretti esteri in Brasile. In seguito sarà affrontato il tema del riconoscimento dei diritti di proprietà intellettuale alle comunità locali come possibile proposta di soluzione alla mancata valorizzazione, e preservazione, del patrimonio naturale brasiliano, principale ragione dello sfruttamento intensivo delle ricchezze ambientali (foresta amazzonica in primis), ad oggi considerate una fertile fonte da cui trarre materie prime anziché una risorsa ecologica da tutelare. I diritti di proprietà terriera Al tempo della stesura della Costituzione del 1988, la politica brasiliana stava vivendo un’epoca di cooperazione e conciliazione tra le varie forze democratiche. Il risultato di tale clima fu una Carta che riuscì a realizzare una sintesi tra gli interessi e le ideologie delle varie fazioni rappresentate nell’Assemblea Costituente. Dal punto di vista storico, nessuna delle Costituzioni brasiliane precedenti aveva mai messo in dubbio il mantenimento della proprietà privata. Allo stesso modo, la Carta dell’88 menziona esplicitamente tale istituto in diversi articoli, stabilendone funzioni e limiti precisi. L’articolo 5 recita: Tutte le persone sono uguali di fronte alla legge, senza alcuna distinzione, ai Brasiliani e gli stranieri residenti nel Paese sarà garantita l’inviolabilità del diritto alla vita, alla libertà, all’eguaglianza, alla sicurezza e alla proprietà, nei termini seguenti: […]XXII il diritto di proprietà è garantitoXXIII la proprietà dovrà rispettare la sua funzione socialeXXIV la legge stabilirà la procedura per l’espropriazione per necessità pubblica o uso, o per interesse sociale, con una compensazione pecuniaria prodromica ed equa, eccettuati i casi previsti dalla CostituzioneXXV in caso di imminente pericolo pubblico, l’autorità competente potrà utilizzare la proprietà privata, posto che, in caso di danni, la conseguente compensazione è assicurata al proprietario. Coerentemente, l’articolo 170, comma II e III stabilisce rispettivamente il principio di “proprietà privata” e di “funzione sociale della proprietà”, stabilendo che l’ordine economico, sia fondato sulla valorizzazione del lavoro e sulla libera impresa, vale a dire, sulla garanzia per ognuno della possibilità di “condurre una vita dignitosa”, in accordo con i “dettami della giustizia sociale”. Alla luce di quanto detto, si rileva che le restrizioni e la regolazione dei diritti di proprietà devono essere in linea con gli interessi dei “proprietari” e della società. Gli esempi di restrizione contemplati dalla Carta si riconducono a una categoria di limitazioni ragionevoli in un’ottica di beneficio per l’intera società, per esempio, la possibilità per lo Stato di utilizzare la proprietà privata in caso di pericolo imminente (art.5 XXV), l’obbligo di conciliare l’uso della proprietà con esigenze ambientali (art. 170 VI), la richiesta di fornire condizioni di accesso a persone disabili nelle strutture pubbliche e nei trasporti (art.227 II). Al di là di tali restrizioni, è il concetto di “funzione sociale” a generare le maggiori controversie e dibattiti, a causa dell’astrattezza del suo significato e dei principi morali che lo animano.Il capitolo della Carta dedicato alla politica agricola e fondiaria e alla riforma agraria, stabilisce le premesse principali che definiscono la funzione sociale della proprietà. L’art. 184 della Costituzione prevede che lo Stato possa espropriare sulla base del principio di “interesse sociale”, nell’ambito della riforma agraria, la proprietà rurale che non adempia alla sua “funzione sociale”. Il significato di tale espressione emerge dall’analisi dell’articolo, e si compone di tre elementi: economico (utilizzo razionale e adeguato), ambientale (uso adeguato delle risorse disponibili e tutela dell’ambiente), sociale (rispetto del diritto che regola i rapporti di lavoro e la garanzia di “benessere” per i proprietari e per gli impiegati). Il testo costituzionale, per quanto possa apparire incentrato sulla garanzia della giustizia sociale, si rivela eccessivamente vago al momento di attuare concretamente i concetti espressi. In particolare, nello specificare i tipi di terreno che lo Stato non può in nessun caso espropriare (art. 185 II), la Carta introduce il concetto di “produttività”, che va a costituire il discrimine con cui giudicare se l’utilizzo della proprietà sia “razionale e adeguato” o meno.La portata del termine è specificata nel dettaglio dalla Legge sulla Riforma Agraria del 1993, che definisce il livello di produttività tale da costituire una “proprietà produttiva” come il livello economico e razionale di utilizzo della terra (indice GUT) e il grado di efficienza del suo sfruttamento (indice GEE), come stabilito dall’autorità competente ex art. 6.Nel caso in cui il terreno sia giudicato “improduttivo” e si proceda all’espropriazione, il testo costituzionale del 1988 prevede che lo Stato debba corrispondere al proprietario terriero un “giusto prezzo” in termini di indennizzo. Dopo un emendamento costituzionale del 1993 tale “prezzo giusto” è divenuto “prezzo di mercato”. Cosicché, da una sorta di diritto di confisca da parte dello Stato, si è passati a una situazione in cui il governo deve pagare un prezzo deciso esogenamente; in linea teorica, dai meccanismi della domanda e dell'offerta.Tornando alle ambiguità che conseguono alla vaghezza del concetto di produttività, mutuato dall’ingegneria ad altri campi di ricerca scientifica, si osserva che tale termine si presta a varie interpretazioni, secondo vari orientamenti culturali e ideologici. Da un punto di vista strettamente economico, la produttività si può definire il valore degli output (beni e servizi) prodotti per un’unità di input (risorse produttive) impiegata. In generale, la legislazione tende ad applicare il concetto di produttività basato solamente sul fattore di produzione (ettaro di terra), senza considerare gli effetti di tutti gli input della produzione (capitale, lavoro umano, macchinari, semi, fertilizzanti). Di fatto, per incrementare la produttività, elementi quali la divisione del lavoro, gli investimenti in capitale umano tramite la formazione, l’innovazione tecnologica, possono rivestire un ruolo decisivo nell’incremento dell’efficienza del terreno preso in considerazione, per esempio, combinando i fattori di produzione in modo tale da produrre gli stessi beni a prezzo inferiore.Considerando il concetto di produttività da un differente punto di vista, un rappresentante sindacale, ad esempio, non considererebbe mai “improduttivo” un terreno che, pur non raggiungendo gli standard di output previsti dagli indici, desse un elevato livello di posti di lavoro.Un altro problema che il concetto di produttività propone è che la sua applicazione dovrebbe essere estesa ad altri settori, anziché essere limitata esclusivamente all'agricoltura. Ad esempio, un imprenditore potrebbe possedere diverse fabbriche ed industrie, e potrebbe ritenere più conveniente, o “produttivo”, riallocare le risorse da un settore all'altro, dove è maggiore il profitto, e l'economia del paese beneficerebbe senza dubbio da tale cambiamento. Portando questo ragionamento ad una prospettiva più ampia, il PIL pro capite potrebbe essere un parametro relativamente valido per valutare la produttività di un terreno, dal momento che tale indice misura l'efficienza dell'allocazione delle risorse tra diversi settori di produzione. In sintesi, lo studio e l'implementazione del concetto di produttività porta dei rischi, giacché coinvolge numerose variabili e può essere facilmente manipolato, creando situazioni di inefficienza e perdite per la società. In questo senso, una terra che è essenzialmente produttiva, in senso lato, può essere dichiarata improduttiva, quindi legittimamente espropriata e ceduta, ad alti costi a persone che sono in apparenza affamate e escluse, ma che non saranno in grado né di risolvere i propri problemi né di contribuire in alcun modo al sistema produttivo del Paese. E’ in tale zona grigia di incertezza giuridica, dovuta ad un’anomia legislativa persistente sin dalla promulgazione della Costituzione del 1988, che si inseriscono le rivendicazioni del Movimento dei contadini senza terra. Il Movimento Sem Terra Secondo le stime dell’INCRA, si calcola che in Brasile vi siano oltre tre milioni di famiglie senza terra. Il Movimento Sem Terra (MST) si compone di circa 1,5 milioni di contadini, e oltre ad organizzare incursioni e occupazioni nelle proprietà di latifondisti, provvede alla fornitura di alcuni dei servizi sociali; ad esempio, pur non avendo un definito status legale riconosciuto dallo Stato, gli è concesso il diritto di aprire scuole primarie per la popolazione agraria, in cui viene fornita un’educazione improntata alle dottrine marxiste di rifiuto della proprietà privata (Cfr. Brasile: la Riforma Agraria al centro del dibattito tra Lula e il Movimento Senza Terra). In virtù del vacuum legislativo precedentemente descritto, non è raro che le espropriazioni forzate praticate dall’MST godano dell’approvazione della magistratura brasiliana. All’interno dell’istituzione che ha l’ultima parola sulla decisione della produttività o meno di un terreno, il sistema giudiziario, i magistrati delle varie Corti brasiliane hanno posizioni contrastanti. Considerando l’estensione geografica del Paese, si riscontrano notevoli differenze da regione a regione nelle prese di posizione dei giudici e dei rappresentanti del Governo. Per esempio, nello Stato di Goiàs esiste un accordo tacito per cui i Sem Terra non invadono terreni finché non siano stati dichiarati non produttivi dall’autorità competente (INCRA). Al contrario, nello stato meridionale del Rio Grande do Sul, si assiste ad un aspro conflitto tra i Sem Terra e i proprietari terrieri, dal momento che non si è raggiunto alcun accordo e le decisioni giudiziarie variano da caso a caso. Alcuni giudici accordano gran parte delle istanze presentate dai proprietari, ma altri, in nome della giustizia sociale, decidono in favore dei Sem Terra.A testimoniare la situazione di incertezza che caratterizza la condizione delle proprietà terriere brasiliane, è emblematico il grafico che mostra la tendenza dell’appropriazione delle terre da parte dei contadini senza terra. Variando da anno ad anno in base alle condizioni politiche contingenti e da regione a regione secondo i rapporti con le istituzioni locali, la sicurezza della proprietà si rende pressoché imprevedibile. L’istanza che l’MST presenta a livello politico è la pressante richiesta di una radicale riforma agraria, che consenta ai contadini senza terra di lavorare in proprietà oggi inutilizzate e improduttive. Negli ultimi decenni sono stati numerosi i tentativi di realizzare una riforma, ma si è trattato sostanzialmente di misure emergenziali, che si sono tradotte in onerose spese assistenzialistiche per migliorare le condizioni delle famiglie meno abbienti, mentre non è stata mai posta in atto una riforma organica volta a reintrodurre i “senza terra” nel sistema produttivo nazionale ed a riorganizzare le proprietà terriere gestite in modo inefficiente. Il progetto varato da Lula nel 2003, Piano Nazionale di Riforma Agraria (PNRA) prevedeva la riallocazione di terreni a un milione di famiglie, ma la spesa prevista (che consiste, fondamentalmente, in indennizzi ai proprietari, salari minimi e alloggi da garantire alle famiglie nel primo periodo dopo l’insediamento nei terreni e investimenti per lo sviluppo della produzione) è stata giudicata dal Fondo Monetario Internazionale come non sostenibile per il bilancio dello Stato, e il piano di distribuzione delle terre si è limitato a 520.000 famiglie, numero insufficiente per innestare il meccanismo di inclusione dei senza terra nel processo produttivo del Paese e per ottenere, dunque, miglioramenti tangibili della distribuzione agricola a livello nazionale. Oltre alle gravi conseguenze sociali e di ordine pubblico che l’incertezza giuridica porta nelle controversie tre proprietari terrieri e contadini senza terra, l’assenza di una regolamentazione dei diritti di proprietà ha gravi ripercussioni anche sul sistema economico del Paese, andando a influire notevolmente sul livello di investimenti esteri. L’impatto sugli investimenti esteri In linea teorica, lo Stato deve garantire la sicurezza dei diritti di proprietà cosicché i proprietari siano incentivati a investire e portare ricchezza, posti di lavoro e i benefici per la società loro conseguenti. I dati dimostrano che negli Stati in cui i proprietari terrieri hanno un titolo formale per il possesso della terra, gli investimenti sono maggiori. La carenza di certezza del diritto rappresenta un forte disincentivo per gli investimenti.Il potere discrezionale lasciato in mano ai giudici nel decidere della liceità dell’occupazione delle terre provoca gravi effetti che si ripercuotono al di là delle parti in causa. Sensibili alle gigantesche disuguaglianze esistenti nel Paese, i magistrati cercano di porre in atto occasionali redistribuzioni della terra in nome della giustizia sociale, spesso non considerando che le loro decisioni creano esternalità negative. Tali effetti, infatti, non solo creano incertezza e disincentivano i proprietari realizzare un uso efficiente della proprietà, ma riducono le possibilità di accedere a fonti di capitale necessari innovazione e lo sviluppo della produzione. In questo senso, i diritti di proprietà rivestono un ruolo di primaria importanza nella valutazione dell'opportunità o meno per un'azienda di investire all'estero. La minaccia che una proprietà possa essere legittimamente espropriata dal Governo locale (o invasa da contadini senza terra) incrementa considerevolmente il fattore rischio di un Paese. Nell'analisi degli investimenti esteri degli Stati Uniti, realizzati dalla Heritage Foundation, si nota che quando un'impresa nordamericana conclude un investimento in un paese estero, le conseguenze attese di tale investimento si riflettono nel valore dell'impresa nel mercato delle azioni. Se gli azionisti si aspettano che l'investimento incrementi i profitti della compagnia, la quotazione dell'azione si alzerà, e viceversa.Il mercato delle azioni, normalmente, reagisce positivamente all'annuncio di un’espansione dell'impresa. Tuttavia, con il proliferare degli investimenti esteri nell'ambito dell'evoluzione della globalizzazione e della liberalizzazione del commercio internazionale, è emersa una discrepanza tra l'annuncio da parte dell'impresa di un nuovo investimento e la reazione del mercato delle azioni. Con le tabelle delineate dall'Heritage Foundation, che dividono gli Stati del mondo in 5 diversi gradi di protezione dei diritti di proprietà, si nota come gli investimenti esteri degli Stati Uniti siano diretti preferibilmente verso quei Paesi in cui i diritti di proprietà sono maggiormente garantiti (non emergono chiaramente, in questo caso, gli effetti negativi sul Brasile, in quanto l’analisi si limita agli investimenti degli Stati Uniti, con cui il Brasile ha storicamente saldi legami economici e commerciali).Inoltre, osservando le reazioni inattese dei mercati azionari all'annuncio di investimenti in paesi di diverso grado di protezione dei diritti di proprietà, si osserva come investimenti in paesi in cui è alto il rischio di espropriazione della proprietà portino più frequentemente a reazioni negative da parte degli azionisti. Analizzando le reazioni degli azionisti ad investimenti in Brasile, si osserva come l’impatto sia di gran lunga peggiore rispetto a Stati come la Francia, sebbene siano migliori se comparati a paesi come la Cina, che solo alla metà di marzo del 2007 ha provveduto a disciplinare la materia dei diritti di proprietà della terra. Per concludere, sono i rappresentanti di tutti e tre i rami del potere brasiliano, legislativo, esecutivo e giudiziario, a dover sviluppare una disciplina organica della materia, che garantisca la sicurezza dei diritti di proprietà. L’esistenza del principio costituzionale di “funzione sociale”, per concretizzarsi completamente anziché con interventi sporadici, deve essere interpretato in armonia con la sicurezza dei diritti di proprietà. Biodiversità La foresta amazzonica brasiliana contiene alcune delle più diverse forme di vita e di ecosistemi, costituendo la maggiore foresta tropicale del mondo. Pertanto, la conservazione della sua diversità ecologica e biologica è un tema di primaria importanza per il Brasile, e in particolare per gli indigeni e per le comunità locali. L’approccio politico adottato dal governo brasiliano per tutelare la biodiversità è stato quello di promuovere lo sviluppo sostenibile della regione attraverso la produzione e la commercializzazione dei beni derivati dall’Amazzonia. E’ parere condiviso che tale attività possa portare a notevoli benefici economici per il Brasile e per le proprie comunità indigene, a condizione, tuttavia, che tali benefici siano adeguatamente condivisi tra le parti. Oltre a ciò, la produzione sostenibile di beni derivati potrebbe fungere da incentivo per migliorare il livello di gestione e di conservazione della biodiversità e per aiutare a combattere la deforestazione e le pratiche agricole non sostenibili che stanno mettendo a rischio l’esistenza stessa della foresta amazzonica. Secondo le stime della Banca Mondiale del 2003, l’area dell’Amazzonia deforestata ha raggiunto il 15% della foresta originaria nel 2000, 575.000 dei 4 milioni di kmq.Alcuni economisti hanno teorizzato un’applicazione al caso delle risorse ecologiche del Teorema di Coase. Tale teorema prevede che, in presenza di un’esternalità, non sia necessario l’intervento correttivo di un’istituzione, ma sia sufficiente la creazione di un mercato dell’elemento che provoca l’esternalità. Nel caso di specie, l’esternalità positive provocate dalla foresta amazzonica all’intero pianeta, in qualità di “polmone della Terra”, per esempio come regolatrice dell’equilibrio climatico, dovrebbero essere quantificati in modo tale da valutarne una compensazione che gli Stati dovrebbero corrispondere al Brasile. In questo modo, la preservazione di tale ricchezza ecologica risulterebbe economicamente vantaggiosa, rispetto allo sfruttamento intensivo delle sue materie prime che attualmente viene messo in atto.Giacché i benefici ecologici della foresta amazzonica appaiono molto difficilmente quantificabili, “inestimabili” nel senso più stretto del termine, è la regolamentazione dei diritti di proprietà sulle risorse naturali, la soluzione che sembra più praticabile per incentivare la preservazione del patrimonio ambientale.Una delle maggiori difficoltà che il paese sta affrontando è l’assenza di un quadro giuridico che regoli e sviluppi la capacità di porre in atto un uso effettivo delle biodiversità. A livello internazionale, il tema è disciplinato nella Convenzione sulla diversità biologica (CDB) stipulata nel 1992 a Rio de Janeiro, e fermata da 188 Stati. La CDB si prefigge tre obiettivi fondamentali: la conservazione della diversità biologica, l’uso sostenibile dei suoi componenti e la condivisione giusta ed equa dei benefici ricavati dall’uso delle risorse genetiche.La Convenzione riconosce la sovranità degli stati sul proprio patrimonio genetico e stabilisce il principio di accesso alle risorse genetiche, che deve essere soggetto al consenso preventivo del Paese e alla condivisione “fair and equitable” dei risultati della ricerca, dello sviluppo e dei benefici derivanti dalla commercializzazione e da altri usi delle risorse genetiche, secondo termini definiti in accordi specifici. La Convenzione specifica che tale “equa distribuzione” si fondi su due meccanismi compensatori. Il primo, la distribuzione dei benefici tra le nazioni che richiedono e danno accesso a risorse genetiche, secondo, la distribuzione dei ricavi derivanti dall’uso della conoscenza degli indigeni e delle comunità locali associata con le risorse genetiche, tra i richiedenti e le comunità stesse. Insieme ad altri strumenti internazionali, come il WIPO (World International Property Organization) e l’accordo TRIPS in ambito WTO, la CDB forma un quadro giuridico piuttosto avanzato per la protezione dei diritti di proprietà intellettuale. Tuttavia, sono i singoli ordinamenti statali a dover adeguare le proprie legislazioni agli standard di tutela internazionale, in modo da evitare che le comunità locali subiscano atti di cosiddetta “biopirateria”, vale a dire, che vengano loro sottratti i diritti di utilizzo delle risorse naturali da parte di imprese straniere che, attraverso un brevetto, si assicurano il diritto esclusivo di uso di tali ricchezze.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 20 aprile 2007 )
 
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