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Scritto da Notizie   
lunedì 13 agosto 2007

lula_dalemaCittadinanza e cattiva coscienza
di Fabio Germinario / Musibrasil.net

Agli oriundi che dal Brasile invocano il diritto di cittadinanza italiana è necessario dire tutta la verità. Ma alla chiarezza i governi italiani hanno sempre preferito opporre ipocrisie e silenzi. C'è chi quando è all'estero prova imbarazzo nel dichiararsi italiano e chi invece, pur essendo nato in terra straniera, scalpita per vedersi riconosciuta un'italianità "genetica", ereditata dai propri familiari emigrati. Gli italiani, si sa, sono imprevedibili.

marisa_lulaMa le aspettative dei loro discendenti che dall'estero invocano la cittadinanza non sono giuridicamente campate in aria, dato che il principio della trasmissione "jus sanguinis" è un diritto espressamente riconosciuto dalle leggi in vigore e persino dalla Costituzione. Magari datato, considerato che trae origine da quello romano, ma pur sempre un diritto. Che non riguarda un numero proprio irrisorio di persone potenzialmente interessate se si calcola che in Brasile gli oriundi italiani sono la bellezza di 26 milioni (circa il 14 per cento della intera popolazione brasiliana).
Almeno cinquecentomila di essi ha sentito l'irresistibile richiamo della madrepatria e ha presentato domanda per ottenere la doppia cittadinanza. Ma soltanto in pochi, come Dona Marisa (nella foto con il marito), moglie del presidente Inácio Lula, hanno avuto il privilegio di ottenerla in un batter di ciglia. Tutti gli altri sono in paziente, pazientissima attesa. Difatti i tempi burocratici non sono esattamente fulminei se si considera che a Rio e Recife dove i funzionari consolari sono più rapidi che altrove le pratiche sonnecchiano in media tra 18 e 19 anni prima di essere disbrigate. E che nello stato di San Paolo, dove risiedono ben 10 milioni di italodiscendenti (circa un quarto dell'intera popolazione) subiscono una vera ibernazione, con tempi di attesa fino a 55 anni.
Del problema che gli italodiscendenti impieghino letteralmente una vita per ottenere l'agognato "passaporto rosso" i governi italiani di ogni colore che si sono susseguiti negli ultimi decenni e le stesse rappresentanze di connazionali all'estero non hanno fatto precisamente una priorità. Forse perché gli oriundi non rappresentano un buon investimento in termini elettoralistici, dato che essendo considerati stranieri a tutti gli effetti, non hanno diritto di voto. Eppure cinquecentomila voti potrebbero pesare non poco, di questi tempi, sulla sgangherata bilancia elettorale anche in funzione di una maggiore stabilità governativa.
passaporto_italianoMa i problemi dei diritti di italiani e italodiscendenti all'estero sono più commplessi, vanno ben oltre la questione dell'ottenimento della cittadinanza e non meritano di essere manipolati per questioni di bassa cucina elettorale. Fortunatamente chi ci ha provato in occasione delle ultime elezioni politiche è stato duramente punito e messo alla berlina. L'ottenimento di tali diritti è strettamente connesso alla disastrosa situazione degli apparati diplomatici e consolari italiani. Situazione per la quale la stessa Farnesina ha recentemente allargato le braccia individuandone la causa nell'insufficienza di fondi appositamente stanziati dal governo.
Sembra per altro molto improbabile che, mentre la società civile italiana si accapiglia per accaparrarsi improbabili «tesoretti», frutto di ipocriti «risparmi» sulla spesa pubblica, la politica possa trovare il denaro sufficiente per occuparsi di connazionali - virtuali o conclamati - che sfuggono, a causa della loro permanenza all'estero, alla obbligatoria spremitura fiscale. Sarebbe come pretendere di concedersi il caviale senza avere i soldi per una tazza di brodo.
Ma i diritti rimangono tali anche se vengono meno le condizioni minime perché possano essere garantiti, e data la latitanza governativa e il tiepido interesse delle rappresentanze italiane all'estero, gli oriundi a caccia di cittadinanze e di condizioni più umane nell'approccio con le istituzioni consolari hanno iniziato ad autorganizzarsi affidandosi alle nuove tecniche mediatiche.
Come nel caso di "Brava gente" (
http://it.groups.yahoo.com/group/bravagente/), una lista di discussione su Internet sorta in Brasile per iniziativa di alcuni italobrasiliani interessati a discutere di genealogia e cultura, ma anche a destreggiarsi meglio nei meandri della arrogante burocrazia italiana facendo valere i propri diritti. Una rappresentanza del gruppo, costituito da oltre 500 persone, ha incontrato la delegazione di Romano Prodi durante il suo ultimo viaggio in Brasile e, più recentemente, ha consegnato a Franco Danieli, viceministro agli Affari Esteri, una petizione che suona come un duro atto di accusa nei confronti del governo.
michelevalensiseIl quadro descritto è impietoso e mette in luce l'inadeguata attuale struttura dei consolati (nella foto l'ambasciatore d'Italia in Brasile, Michele Valensise), «incapaci di fare fronte alle richieste e alle necessità dei cittadini». Il servizio attualmente assicurato è descritto come «inefficiente, moroso e burocratico all'estremo» e non soltanto per via di carenze di organico, dato che anche nei funzionari presenti mancherebbe «una preparazione adeguata e la conoscenza di leggi e circolari». E anche un po' di buona educazione, visto che «il pubblico è ricevuto in maniera maleducata e irrispettosa della dignità personale». Tutto ciò non riguarderebbe soltanto i consolati, ma avverrebbe «anche negli altri organi attraverso i quali passano i processi di cittadinanza».
Sconfortanti le osservazioni sulla qualità del servizio, dato che «diversi consolati ricevono giornalmente un numero limitato e prestabilito di persone - in genere un numero piuttosto basso - nei diversi settori delle proprie attività». La conseguenza di questa situazione è che «si formano lunghe code che creano, di riflesso, l'odioso fenomeno della "vendita" dei posti in coda».
Secondo i firmatari, la situazione si è ulteriormente aggravata nell'ultimo anno, dato che «diversi Consolati, come ad esempio quello di Curitiba, non accettano nuove richieste di riconoscimento della cittadinanza, fatto che di per sé costituisce uno scandaloso atto di non rispetto a un diritto costituzionale indiscutibile». Infine anche i cosiddetti trattamenti preferenziali, come l'iscrizione all'anagrafe di chi è figlio di un cittadino italiano «sono in pratica paralizzati».
Dalla petizione-denuncia non emergono soltanto accuse, ma anche ricette per migliorare, se non proprio risolvere, una situazione che appare prossima al tracollo. Circa il riconoscimento della cittadinanza italiana si suggerisce di «istituire una task-force nei consolati italiani in Brasile con l'utilizzo di volontari, patronati e imprese collaudate per analisi ed evasione delle richieste di riconoscimento di cittadinanza giacenti; facilitare il permesso di soggiorno in Italia; riaprire l'accettazione delle richieste di cittadinanza in tutti i Consolati; attivare un servizio di ricezione per via postale o su Internet anche nei consolati che ne sono sprovvisti», e altre facilitazioni.
Il gruppo di italobrasiliani non tralascia l'opportunità di fare sapere al viceministro come comportarsi in tema di riorganizzazione delle istituzioni italiane all'estero, suggerendo di «creare nuovi consolati, o vice-consolati con autonomia operativa, considerate le enormi distanze esistenti tra le città brasiliane; uniformare le procedure, più difficoltose nei consolati dove le code sono maggiori e dove più forti sono le denuncie di "vendita" di agevolazioni; creare organi in grado di analizzare e valutare critiche e suggerimenti in tutta la rete consolare; adeguare le installazioni, addestrare meglio i funzionari e garantire un servizio al pubblico con conforto e qualità». La petizione si conclude con la richiesta di predisporre accordi intergovernativi tra Brasile e Italia per il rispettivo riconoscimento delle lauree e di una intesa tra le Poste dei due Paesi «per permettere l'invio di piccoli valori monetari». l
oriundi_italianiRichieste sostenibili, ma forse ignare della piega - non soltanto economica - che stanno prendendo le questioni riguardanti i connazionali italiani all'estero in Italia. Dove una parte della società civile, più che a concedere la cittadinanza agli italodiscendenti sarebbe propensa a negare il diritto di voto ai nostri connazionali all'estero. Magari per concederlo più rapidamente agli immigrati che nel Belpaese lavorano, pagano le tasse e dovrebbero godere di maggiori diritti.
Delegazione del gruppo di oriundi "Brava gente" in un recente incontro
Non a caso lo stesso giorno che Prodi si recava in Brasile, il "Corriere della sera" lo esortava a «non perdere tempo con la retorica dell'emigrazione» che la comunità italobrasiliana gli avrebbe rappresentato. A fimare il fondo non era un commentatore qualunque, ma l'ex ambasciatore Sergio Romano. «Quando ho letto quella dichiarazione ho iniziato a scoraggiarmi», ha commentato Fabio Porta, sociologo italiano residente in Brasile e vicepresidente del "Comites" di San Paolo, uno degli organismi di sostegno agli italiani all'estero. «E ho iniziato a capire - ha proseguito - che le numerose difficoltà collegate al riconoscimento della cittadinanza "ius sanguinis" sono forse più di carattere culturale che reale».
Appunto. Ma il clima sembra essere tutt'altro che favorevole alla ottenibilità di diritti che godono di copertura finanziaria, politica e sindacale, figurarsi per quelli di persone che oltre a non poter vantare padrinaggi non ungono le ruote della sconquassata macchina statale contribuendo così al suo definitivo grippaggio. «Non abbiamo l'intenzione di "invadere" l'Italia - affermano Renato Gagliardi e Fatima Rinaldi, firmatari della petizione-denuncia -. Vorremmo soltanto una maggiore integrazione tra i due paesi. Vorremmo continuare ad essere un pezzo dell'Italia trapiantato in Brasile, con l'orgoglio di poter dire, con il possesso del riconoscimento della cittadinanza, di essere veramente italiani».

Ultimo aggiornamento ( sabato 25 agosto 2007 )
 
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