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Gli abusi della Farnesina PDF Stampa E-mail
Scritto da Notizie   
sabato 25 agosto 2007

farnesinaGli abusi della Farnesina

Non solo la Farnesina continua, specie in America del Sud, ad operare contro gli interessi dei cittadini italiani residenti, come abbiamo denunciato in molte occasioni (vedere articoli in archivio), ma come possiamo vedere dal caso della signora Rossi, anche contro gli stessi impiegati delle  nostre rappresentanze diplomatiche. Le vittime degli abusi di Consoli e Ambasciatori non hanno dove ricorrere, a parte i tribunali, e come vediamo da questo caso l'incubo può durare anche 13 anni. Nel riportare questa denuncia, prima con un articolo di News Italia PRESS e poi con il memoriale dell'avvocato  Ugo Sgueglia, Investire nel Mondo coglie l'occasione ancora una volta per richiedere che, con urgenza vengano prese le necessarie misure legislative affinché ai vertici dell'Ispettorato del Mae siano nominati dei Magistrati.

ambasciata_baImpiegata a contratto del MAE denuncia: incubo che dura da 13 anni
News ITALIA PRESS

Il caso di Amelia Rossi, impiegata a contratto al Consolato di Buenos Aires, era stato sollevato nei giorni scorsi prima dal Sindacato UNSA/SICIS-MAE, il quale, in una nota ufficiale, ricostruendo dettagliatamente la vicenda concludeva affermando che l'organizzazione era "determinata ad intraprendere tutte le azioni possibili a salvaguardia non solo della collega Amelia Rossi ma di tutti i suoi iscritti; si impegna, altresì, ad offrire la necessaria assistenza legale alla signora Rossi"  (UNSA/SICIS-MAE solleva il caso di Amelia Rossi, impiegata a contratto al Consolato di Buenos Aires   News ITALIA PRESS N° 135 del 19 luglio). A seguire, l'interrogazione parlamentare dell'Onorevole Arnold Cassola, parlamentare dei Verdi, eletto sulla Circoscrizione Estero, ripartizione Europa  (Interpellanza di Cassola sul caso di Amelia Rossi  News ITALIA PRESS N° 142 del 30 luglio 2007) nella quale il parlamentare chiedeva al Ministro degli Affari
 Esteri se "sia a conoscenza di quanto esposto e se non ritenga di voler fare luce su questa vicenda, al fine di garantire e tutelare i diritti di una lavoratrice italiana". Nel contempo molti colleghi di Amelia Rossi, nelle diverse sedi consolari si sono attivati anche in riunioni sindacali per portare solidarietà e tentare di verificare una possibile soluzione.
L'Avvocato Ugo Sgueglia, in un lungo documento , ricostruisce tutta la vicenda giudiziaria di Amelia Rossi, affermando che "dopo 13 anni dall'inizio delle presente vicenda, la signora Rossi deve ancora lottare per veder riconosciuta la sua onestà e la sua buona fede a prescindere da astratti ed insensati formalismi".
D. Signora Rossi, ci vuole spiegare come è nato l'incubo che sta vivendo, perché ha davvero dell'incredibile?
R. Un vero e proprio McCarthysmo nasce nella gestione del Console Giancarlo Maria Curcio, il quale inizia un'accanita persecuzione fisica e psicologica nei miei confronti, al punto di avermi rimproverata per aver spiegato la legge sulla cittadinanza italiana ad un utente e considerare che non "sono tenuta a pensare". Potrei documentare tantissimi altri episodi al miglior stile Kafkiano verificatisi durante la sua gestione: un'invalidità inesistente e, finalmente, denunce per falsificazione, usurpazione di titoli ed onori e sostituzione illegittima della targa PA con l'intervento della polizia locale, richiesta e sottoscritta dal Dottor Curcio. Purtroppo, far emergere la verità non è semplice; è anche difficile poterla sviluppare pienamente, perché in questi settori siamo schiavi della paura di perdere il posto di lavoro. Ci sottomettiamo agli abusi di potere quasi naturalmente sempre per lo stesso motivo, e credo che questa paura dà luogo a un certo servilismo da parte del delatore e una sorta di profilo di eroe/martire, per chi si difende dai soprusi con dignità. All'epoca della dittatura militare in Argentina, piú di una volta mi sono presentata presso l'Ambasciata d'Italia in Buenos Aires come iscritta CGIL, come membro della FILEF, del Comitato Unitario, ecc., accompagnata da familiari di desaparecidos della Provincia di Buenos Aires, assieme a Filippo di Benedetto e a Enzo Palandri, per esigere alle allora autorità diplomatiche, la ricerca dei "desaparecidos italiani. In occasione del "Primo Convegno per l'Emigrazione ed Immigrazione per l'America Latina" che ebbe luogo a San Paolo del Brasile nel 1979, si è denunciata ufficialmente la scomparsa dei cittadini italiani in Argentina. Forse le risposte emergeranno alla luce quando ci sarà la verifica di quanto accaduto all'epoca e si arriverà anche alla condanna di chi lo meriti. Non esiste verità senza giustizia. E viceversa.
D. Per lei c'è stata una mobilitazione sindacale. Ci vuole spiegare bene nei dettagli come è stata strutturata questa mobilitazione sindacale?
R. Il nostro sindacato si crea proprio in difesa della categoria, in difesa del precariato e con tantissimi anni lotta per il riconoscimento professionale e di tutti i diritti del personale a contratto e di ruolo. Voglio ribadire che la solidarietà internazionale nasce dalla convocazione del Sindacato SICIS MAE, per la difesa dei diritti del lavoratore, stanchi forse di sopportare tanti abusi e per la prima volta in un'azione comune in tutto il mondo. La segreteria del SICIS MAE insieme agli altri organi statutari di questa sigla sindacale- all'unanimità - ha espresso la sua solidarietà nei miei confronti e ha deciso le misure da portare avanti in questa lotta.
D, Operativamente che cosa è stato fatto?
R. Sono iscritta all'UNSA/SICIS-MAE. I massimi organi del sindacato hanno messo a mia disposizione l'assistenza legale che fosse necessaria. Hanno interessato numerosi parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero. L'Onorevole cassolaArnold Cassola ha presentato un'interrogazione parlamentare e l'Onorevole Marco Fedi (n.d.r parlamentare eletto sulla Circoscrizione Estero, ripartizione Oceania) si è dichiarato disposto a seguire analogo percorso. Il sindacato ha incontrato il Direttore Generale del Personale uscente, Ambasciatore Massolo e il Vice Direttore, Ministro Zuppetti, esprimendo la preoccupazione del sindacato per la mia situazione. Ha infine proclamato assemblee presso tutte le sezioni del sindacato, le medesime si sono svolte venerdì 27 u.s. Numerosi sedi hanno aderito, tanto per fare qualche nome, si sono solidarizzate le sedi Argentine, Parigi, Canton, Copenaghen, Berlino, Lugano, Francoforte, New York, ecc.
D. In questi giorni ha avuto reazioni dal Ministero degli Affari Esteri?
R. Nessun funzionario del MAE né dell'Ambasciata d'Italia in Buenos Aires si é messo finora in contatto con me per alcun chiarimento, ma penso che lo faranno in breve. Vorrei precisare che questo nuovo licenziamento è avvenuto durante la convalescenza di un intervento chirurgico a causa di una peritonite, il quale mi è stato notificato nel mio domicilio tramite il Console Nicola Occhipinti, ed inoltre con ferie maturate, che ovviamente non ho potuto usufruire, e che nemmeno possono essermi pagate, secondo il nostro contratto d'impiego.
D. Lei è cittadina italiana o argentina?
R. Sono cittadina italiana, nata a Tuscanica (VT) il 29.05.1942
D. Situazioni come le sue ce ne sono altre?
R. Potrei affermare che effettivamente ci sono casi di veri e propri abusi di potere. Non ho gli strumenti adeguati per valutarne le dimensioni, però esistono in altre Sedi Consolari, nelle Ambasciate e negli Istituti di Cultura. Come dicevo prima, molte volte il personale non fa le relative denunce per la paura di perdere il lavoro. Il MAE, comunque, ha incominciato ad assumere questa realtà ed ha creato di recente un Dipartimento Antimobbing.
D. Ha chiesto l'intervento dei parlamentari eletti all'estero?
R. Ho chiesto l'intervento di parlamentari, non esattamente di quelli eletti all'estero, i quali conoscono la situazione da parecchi anni. Nel caso dell'Onorevole Cassola ha fatto un'interrogazione parlamentare al Ministro del lavoro resa pubblica opportunamente.
D. Ha mai tentato di parlare direttamente con la Farnesina?
R. Più di una volta ho parlato e scritto perfino ad Ispettori in Commissione presso la Sede di Buenos Aires, con Direttori e Consoli Generali, ho inviato lettere a Ministri anche in visita a Buenos Aires con esito negativo.
D. Ma perché la Farnesina dovrebbe avercela con lei?
R. Non credo che la Farnesina ce l'abbia con me. Il fatto è che come impiegata a contratto, io non esisto per loro, invece esiste un corporativismo evidente in questi settori che si trasforma in un "lasciar fare", che può considerarsi quasi impunità. Il fatto che non abbia potuto proseguire in Argentina la causa per danni al Console Generale Curcio, perché gode dell'immunità diplomatica, dopo essere stata prosciolta nella causa penale e l'attuale licenziamento, indica quantomeno la poca tutela e quanto poco contiamo come essere umani, tenendo conto il calvario che ho vissuto dal 1994 ad oggi, per una pretesa invalidità inesistente ed una falsificazione inesistente. L'Ambasciata ed il MAE avrebbero dovuto verificare più approfonditamente che non ho commesso nessun reato, perché sanno che la fotocopia messa nella mia auto, è una procedura utilizzata da tutti i dirigenti e funzionari della nostra rete consolare in Argentina, nessuno escluso fino alla data odierna, come si verifica anche con le fotografie delle macchine dei nostri funzionari, autenticate da Notaio Pubblico, che ho in mio potere. Inoltre la documentazione in mio possesso per circolare in città con la mia macchina era assolutamente valida in tempo e forma (vedi date dei documenti). La sentenza Argentina del "Juzgado n. 30 - Secretaria n. 109 ", determina con assoluta chiarezza che non esisteva nessuna falsificazione della targa PA. Considero che la mia grave "infrazione ai doveri d'ufficio" e stata ideata, organizzata e realizzata per potermi licenziare dal lavoro.

Articolo tratto da Notiziario NIP - News ITALIA PRESS agenzia stampa - N° 147 - Anno XIV, 6 agosto 2007

console_curcioIl caso Amelia Rossi
Spiace dover constatare che dopo 13 anni dall’inizio delle presente vicenda, la sig.ra Rossi deve ancora lottare per veder riconosciuta la sua onestà e la sua buona fede a prescindere da astratti ed insensati formalismi. A tal proposito si ritiene necessario procedere ad una ordinata ricostruzione dei fatti.
La signora Amelia Rossi è cittadina italiana che vive e lavora da moltissimi anni in Argentina. Più precisamente, dopo essere stata assunta nel 1982 con contratto di lavoro a tempo indeterminato presso il Consolato Generale d’Italia a La Plata, dal 1987 transitava con lo stesso tipo di contratto, sottoscritto il 1°.5.1987, presso il consolato Generale d’Italia a Buenos Aires, ove tutt’ora presta servizio.
La ricorrente ha sempre svolto servizio con il massimo impegno e serietà professionale e per oltre 12 anni il suo rapporto di lavoro non è stato mai turbato da episodi negativi o disdicevoli.
Nel maggio 1994, però, la signora Rossi si trovava coinvolta, suo malgrado, in una situazione che in concreto non aveva alcuna rilevanza particolare, ma che scatenava un insensato astio da parte del Console Generale nei suoi confronti che da quel momento in poi ha cercato in tutti i modi di arrivare al suo licenziamento.
A) con nota del 10/5/94 iniziava a carico della signora Rossi un procedimento disciplinare per pretesi “comportamenti maleducati, indisciplinati ed ispirati ad un totale rifiuto di collaborazione” che, però, in seguito alle precise ed analitiche giustificazioni presentate dalla stessa non veniva “avallato” dall’Amministrazione Centrale e, quindi, abbandonato;
B) con nota del 30/5/94, ribadita dalla successiva nota del 13/7/94, avviava la procedura per l’accertamento della sua idoneità fisica al servizio e, costituito un collegio medico “ad hoc” in data 4/8/94 faceva attribuire alla ricorrente una incapacità lavorativa del 72,50% per una “ulcera duodenale in attività” e per una “ernia discale C 4, C 5”. Conseguentemente, con telespr. n. 77 del 12/10/94, l’Amministrazione disponeva la risoluzione del contratto di impiego della ricorrente per una sua pretesa incapacità lavorativa.
Avverso il predetto provvedimento, la signora Rossi proponeva il ricorso n. 16363/94 e la Sez. 1^/ter del T.A.R. del Lazio, con ordinanza n.3017/94 del 15/12/1994, accoglieva la richiesta cautelare per la sua immediata ripresa di servizio presso il Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires. Pur dopo il passaggio in giudicato di tale pronuncia, l’Amministrazione si sottraeva immotivatamente alla sua esecuzione, il che dava vita ad una nuova richiesta di sospensiva che il T.A.R. Lazio accoglieva con l’ord. n.600/95 del 16/3/1995 che nominava il Commissariato ad acta nella persona del Direttore Generale delle Relazioni Culturali del Mae
Dopo circa due mesi da quest’ultima sospensiva, finalmente, in data 28/4/1995, la ricorrente veniva riammessa in servizio ed in quello stesso giorno il Console proseguiva la sua azione persecutoria.
Infatti, con nota n.5953 del 28/4/95, il Console intimava alla signora Rossi di restituire il suo carnet d’identità rilasciato dal cancilleria_argentinaMinistero degli Esteri argentino e le targhe della sua autovettura che la qualificavano come facente parte del personale diplomatico accreditato. La restituzione di tali documenti era stata già richiesta in precedenza con le note n. 3601 del 9/11/94 e n. 3878 del 28/11/94 sul presupposto che la signora Rossi, all’epoca licenziata per incapacità fisica, non facesse più parte del personale del M.A.E. e nelle stesse si precisava che “ovviamente, nel caso in cui il T.A.R. Lazio accogliesse positivamente il suo ricorso, tale documentazione le verrebbe restituita”.
Pertanto, alla nuova richiesta la ricorrente, con nota dell’8/5/95, rispondeva che la sua posizione era cambiata in forza delle ord. n. 3017/94 e n.600/95 del T.A.R. Lazio che l’avevano riammessa in servizio e che, quindi, era venuto meno il presupposto per la restituzione della documentazione de qua. L’Amm.ne, con nota del 10/5/95, imponeva definitivamente alla signora Rossi la restituzione delle targhe dell’auto e del carnet di riconoscimento, il che avveniva materialmente il giorno successivo (11/5/95), anche se mediante il proprio legale in Italia, con atto del 16/5/95 diffidava il Commissario ad acta affinché desse piena e completa esecuzione alle ord. n.3017/94 e n.600/95 anche sotto questo aspetto. Nelle more di tale procedura, aveva, comunque, inizio il lungo iter burocratico per la “nazionalizzazione” argentina dell’auto della ricorrente che è il seguente. Una volta restituite da parte dell’Ambasciata d’Italia a Buenos Aires al Ministero degli Esteri argentino le targhe dell’auto e del carnet d’identificazione, quest’ultimo rilascia un documento di autorizzazione provvisoria alla circolazione della vettura, in attesa della “nazionalizzazione”, che deve avvenire nel termine di sei mesi. Siccome tale restituzione avveniva il 24/5/95, il termine ultimo sarebbe scaduto il 24/11/1995. Pagate le relative tasse e datane la prova, il Ministero degli Affari Esteri argentino rilascia un altro certificato che permette di chiedere la nazionalizzazione dell’auto alla “Motorizzazione” argentina nell’ulteriore termine di 20 giorni. Fatte queste precisazioni di massima, si deve rilevare che la legislazione argentina permette la “nazionalizzazione” dell’auto soltanto in due casi: a) quando la stessa è stata immatricolata da più di tre anni; b) quando il proprietario cittadino straniero sia cessato dal servizio alle dipendenze dello Stato estero o sia stato trasferito. Entrambe le previsioni erano escluse nella fattispecie perché l’auto della ricorrente era stata immatricolata da meno di due anni e la stessa faceva nuovamente parte del personale del Consolato d’Italia a Buenos Aires, in forza delle pronunce cautelari del T.A.R. Lazio. Comunque, in attesa che il Ministero degli Affari Esteri argentino desse una risposta definitiva sul caso e nell’ambito del termine del 24/11/95 fissato per la nazionalizzazione, la ricorrente continuava a circolare con la sua auto esponendo una fotocopia della targa già restituita, così come è prassi seguita da tutti gli interessati coinvolti in procedure del genere.
policia_argentinaIn data 3/10/1995, però, avveniva un episodio di estrema gravità e, sicuramente, di rilevanza anche penale, che però veniva elusa dal Console opponendo l’immunità diplomatica, come si preciserà in appresso. Alle ore 10,30, del citato giorno il “Console d’Italia a Buenos Aires Giancarlo Maria Curcio, si recava presso il Commissariato di zona della Polizia Federale Argentina e, nell’esercizio delle sue funzioni, denunciava la signora Amelia Rossi perché impiegata amministrativa del Consolato sino al precedente mese di aprile, da tale epoca le sarebbe stato ritirato l’accreditamento e, quindi, l’uso delle targhe PA (personale amministrativo) che sarebbero state restituite al Ministero degli Affari Esteri argentino, il quale le avrebbe consegnato un permesso di circolazione senza targhe speciali fino alla nazionalizzazione dell’autovettura, fissata per il mese di giugno. Malgrado ciò, la signora Rossi avrebbe continuato a circolare esponendo una fotocopia della targa P.A. 5783, il che avrebbe concretato il reato di falsificazione di targa ed usurpazione di titoli e privilegi.” Dopo questa denuncia, la Polizia federale argentina, verso le ore 12, si recava presso il Consolato d’Italia a Buenos Airers e, fatta uscire dalla sede la signora Rossi con il pretesto di spostare l’auto, che era nel parcheggio riservato, la arrestava per i suesposti pretesi reati.
La ricorrente, esterrefatta per quanto accaduto, faceva presente che trattavasi di uno spiacevole ed evidente equivoco che avrebbe potuto essere chiarito contattando il Console d’Italia. Alle sue insistenze in tal senso, il Commissario di Polizia argentina Le faceva presente che proprio il Console aveva suscitato e sollecitato il suo intervento. Sorpresa ed incredula, la ricorrente chiariva la propria posizione dimostrando che era in atto la procedura di nazionalizzazione dell’auto per la quale c’era tempo sino al 24/11/95 e nel tardi pomeriggio veniva rilasciata dal fermo di polizia. Ancor prima che potesse chiedere ragione al Console di tale aberrante comportamento, la signora Rossi, in data 5/10/95, riceveva la nota n. 12940 con la quale le si contestava: “lo scorso 3 ottobre la Polizia “Federale Argentina ha rilevato (sic!) l’apparente falsificazione di targhe “P.A. esibite sull’autovettura di sua proprietà e conseguentemente “proceduto al suo fermo ed al sequestro della sua autovettura” e, quindi, le si richiedeva di fornire le proprie giustificazioni in merito. La ricorrente, con nota del 13/10/95, spiegava dettagliatamente come si erano svolti i fatti esprimendo anche il suo sdegno per il trattamento subito da parte del Console e questi, con lettera n 13594 del 20/10/95, Le comunicava che: “gli atti relativi alla sua falsificazione di targhe” erano stati trasmessi al Ministero degli Affari Esteri per le dovute valutazioni. Con telespr. n. 14981 del 14/11/1995 veniva, infine, comunicato alla ricorrente che la D.G.P.A. del Ministero degli Affari Esteri aveva valutato il suo comportamento nella vicenda quale gravissima infrazione ai doveri di ufficio, ai sensi dell’art. 156 del D.P.R. n 18/67 e, pertanto, aveva disposto, ai sensi dei successivi articoli 164 e 166, la risoluzione immediata del suo rapporto di impiego con il Consolato Generale d'Italia a Buenos Aires.
tar_romaAvverso tale provvedimento la signora Rossi proponeva ricorso ed il T.A.R. del Lazio con ord. 467/96 concedeva la sospensiva anche del secondo licenziamento; il che le permetteva di rimanere in servizio. Nelle more del citato giudizio si svolgeva il connesso procedimento penale dinanzi al Giudice argentino che si concludeva con la sentenza pienamente assolutoria per la ricorrente nella quale si metteva in chiaro che il suo comportamento non aveva concretizzato alcuna situazione disdicevole con le Autorità locali. Anche alla luce delle suesposte conclusioni il T.A.R. del Lazio, con sent. n. 10135 del 19/12/2002, accoglieva il ricorso della signora Rossi, annullando il provvedimento di licenziamento di cui al telesp. n. 14981 del 14.11.1995, formulando una motivazione corretta ed equilibrata. Con atto del 12.5.2003 il Ministero degli Affari Esteri, continuando nella sua gratuita azione persecutoria, proponeva appello avverso la citata sentenza, ma stante la evidente debolezza delle tesi addotte, non ne chiedeva la sospensione della esecuzione e, quindi, la signora Rossi continuava a prestare servizio presso il Consolato Generale d’Italia a Buenos Aires in modo impeccabile e con piena soddisfazione dei Capi missione che avevano nel frattempo sostituito il dr. Curcio.
Ritenendo tale situazione, ormai, consolidata ed irreversibile lo stesso Ministero degli Affari Esteri in modo del tutto autonomo e dopo oltre due anni dalla proposizione dell’appello, con D.M. 032/671 del 31.3.2005, disponeva la revoca del provvedimento di licenziamento della ricorrente, senza alcuna riserva e/o condizione.! Pertanto, nella fattispecie era da considerarsi realizzata la cessata materia del contendere. Invece, fissato l’appello per la discussione ed eccepita da parte della signora Rossi la citata improcedibilità, il M.A.E., ostinatamente, dichiarava di aver ancora interesse all’esito della vertenza; il che trovava come unica giustificazione quella che il Console Curcio aveva ottenuto una nuova assegnazione a Buenos Aires e, quindi, con il suo ritorno si aveva la riviviscenza di un astio, mai sopito, visto che era stato costretto a difendersi dinanzi al Giudice argentino, per una azione di risarcimento del danno promossa dalla signora Rossi ed alla quale aveva potuto sottrarsi con l’esimente dell’immunità diplomatica. Con sent. n. 1387/07 del 22.3.2007, la IV Sez. del Consiglio di Stato ha, inopinatamente, accolto il ricorso dell’Amm.ne decretando dopo 12 anni dall’accadimento dei fatti il licenziamento in tronco della ricorrente, malgrado che in tale lungo lasso di tempo Ella abbia dato ampia dimostrazione di professionalità, correttezza e dedizione al lavoro. Tale pronuncia è, però, frutto di vari errori di fatto e, pertanto, la signora Rossi ha proposto ricorso per revoca ai sensi dell’art.395, n.4, c.p.c.

Ultimo aggiornamento ( martedě 09 ottobre 2007 )
 
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