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Investire in Bolivia: il caso Telecom PDF Stampa E-mail
Scritto da Notizie   
venerdì 25 aprile 2008

evo_moralesInvestire in Bolivia: il caso Telecom
Di Massimiliano Cocozza

E’ sempre più difficile investire nell’’ America Latina “chavizzada”. E’ datato il 27 febbraio 2008 il comunicato dell’Ansa che dice testualmente”La Bolivia deve rispettare la certezza del diritto per garantire gli investimenti Ue compiuti nel Paese. Lo chiede la Etno. In una lettera al presidente della Commissione Ue, Jose' Manuel Barroso, in cui si chiede di intervenire nella vicenda della nazionalizzazione di Entel. Il caso che coinvolge il governo boliviano e Telecom Italia e' oggetto di un arbitrato internazionale, richiesto dalla società italiana.”

Entel è la più grande compagnia telefonica del Paese il cui 50% del capitale è stato acquisito da ETI-STET INT., cioè da Telecom Italia, a partire dal 1995 ed è una delle imprese più importanti del paese per patrimonio e volume d’affari. Una società che dichiara di avere investito negli ultimi 10 anni 663 milioni di dollari in innovazione tecnologica e che gestisce il traffico telefonico fisso e mobile di un paese con 8 milioni di abitanti con un territorio in gran parte montagnoso e con scarsissime vie di comunicazione.
La faccenda è seria e si sta impugnando un contenzioso internazionale a fronte del decreto emesso dal presidente boliviano Evo Morales, nell'Aprile del 2007, con l'ordine alla Telecom, di vendere parte o tutta la sua quota in Entel allo stato. Praticamente una nazionalizzazione.
A seguito dell’emanazione del decreto a La Paz nell’aprile del 2007 Entel, la compagnia telefonica boliviana gestita da Telecom Italia, si era detta "sorpresa" per le "presunte irregolarità" che le venivano attribuite nell'ambito del decreto con il quale, il lunedì precedente, il governo aveva annunciato il proposito di 'recuperare' l'impresa da parte dello Stato. In un comunicato diffuso a La Paz, in cui comunque annunciava anche la sua completa disponibilità "a fornire ogni tipo di informazioni", che fossero richieste dalla commissione ad hoc creata dall'esecutivo per negoziare con la compagnia il trasferimento del 50% delle azioni in suo possesso. La "sorpresa" faceva riferimento nel merito al fatto che nel decreto si sosteneva che "le presunte irregolarità amministrative, sarebbero talmente rilevanti da giustificare l'intervento dello Stato, senza però che vi sia alcuna risoluzione amministrativa o giudiziaria in merito". La compagnia sosteneva infine che "non è conoscenza delle revisioni tecniche, finanziarie e legali che avrebbero effettuato alcuni organi dello stato, come si indica appunto nel decreto" e ribadiva che realizzava le sue attività "nel più stretto adempimento delle norme legali in vigore".
Il 12 ottobre 2007 Telecom Italia presentava il caso al Centro internazionale per la risoluzione di dispute su investimenti della Banca Mondiale, che si occupa di conciliazioni e arbitrati in dispute tra governi e investitori privati esteri.
“La Bolivia ha ceduto una quota del 50% di Entel ed il controllo amministrativo a Telecom Italia, in cambio dell'impegno del gruppo italiano a raddoppiare il valore di Entel investendo oltre 600 milioni di dollari, ma…” il comunicato è della presidenza di Morales “…gli investimenti sono stati molto inferiori di quanto concordato, malgrado il gruppo telefonico respinga queste accuse.”
La banca mondiale mal vede l'amministrazione Morales, soprattutto per il suo tentativo di contrastare le disparità sociali in quel paese, agendo con risorse proprie e senza farsi "stritolare" dal debito estero che la Bolivia ha accumulato nei passati decenni, con altri ricorsi a prestiti stranieri. L'andino ex sindacalista Evo Morales ha già nazionalizzato la produzione di petrolio acquistando da poco le raffinerie in mano alla Petrobras per 112 milioni di dollari ed aumentando notevolmente le entrate statali, ed ha anche in progetto di cambiare la fiscalizzazione delle ricche miniere che oggi pagano un esiguo 3% di imposte, facendo arricchire i proprietari e versando poco allo Stato.
Sono stati sicuramente commessi degli errori e Morales e' stato spesso tacciato di demagogia, specie
dopo che alla vigilia del suo mandato ha dimezzato lo stipendio per sé (portandolo a 1500 euro mensili) e per tutti i suoi ministri, ma è certo che la Bolivia sta cambiando faccia quasi riprendendosi una sua identità politica che non la costringa ad elemosinare prestiti ogni anno per riuscire a pagare le tredicesime dei dipendenti pubblici.
Ha ragione Telecom oppure Morales? Sono stati fatti o no gli investimenti promessi? E' giusto che uno stato sovrano intervenga in questo modo sulle imprese private? Che garanzie offre agli investitori stranieri un governo che nazionalizza per decreto? E l’Italia che fa?
Forse una volta chiarita questa vicenda avremo le idee più chiare in merito per ora ci limitiamo a segnalare l’alterco in corso suggerendo agli investitori di attendere tempi migliori per affacciarsi sull’incerto mercato boliviano in un momento evidentemente delicato per il paese.

Ultimo aggiornamento ( sabato 26 aprile 2008 )
 
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